robot e/o pre-individuo

facendo colazione stamani ho notato un articolo su La Stampa con un titolo bruttino ma che raccontava una storia molto interessante (sebbene scritta in maniera poco chiara) e, in qualche maniera, vicina a un libro che ho sotto mano da qualche giorno. l’articolo era intitolato “Metti una sera a teatro la “prima” del robot con le battute del pubblico” (c’è anche in versione digitale se avete il premium). in due parole, la scuola di robotica di Genova e il Faber Teater (di Chivasso) stanno portando avanti il progetto “Ogeima story”, che mette sul palco di un teatro un robot (assieme a degli umani) e mira a rappresentare la difficoltà che a volte sopravviene nell’interazione tra uomini e tecnologia, tra uomini e robot. molto interessante, ma la parte che mi ha colpito di più è legata al fatto che le battute del robot sono scelte dai destinatari dello spettacolo, nel senso che questi suggeriscono (attraverso questionari e tavoli di discussione) le battute al robot e questo le propone sulla scena. il pubblico diventa creatore di una parte dello spettacolo, oltre a esserne il destinatario. purtroppo non siamo ancora al punto in cui questi suggerimenti arrivano in tempo reale; in quel caso, a parte il possibile caos che potrebbe venirsi a creare (forse la cosa che mi incuriosisce di più), il pubblico sarebbe creatore aleatorio, nel senso che la scelta delle battute sarebbe molto probabilmente (quasi) casuale agli occhi del pubblico stesso, ossia non tutti i suggerimenti verrebbero utilizzati, quindi il singolo non saprebbe mai se ciò che sta per accadere è ciò che vorrebbe che stia per accadere: come se l’occhio di bue corresse casualmente sulla platea e si fermasse su un singolo spettatore per il tempo che gli serve per dire la sua battuta, e poi continuasse il giro casualmente.
questa interattività (anche se non mi piace chiamarla così) tra ricettore del messaggio ed emettitore (nel caso di Ogeima story, lo spettatore è ricettore del messaggio dell’opera, ma al contempo è emettitore del messaggio del robot (che fa parte del messaggio dell’opera)) è ciò a cui accenna Evelyne Grossman nel suo “éloge de l”hypersensible” quando dice che alcuni artisti e scrittori particolarmente “ipersensibili” riescono a inviare il loro messaggio a chi lo deve ricevere producendolo in un istante in cui questo è ancora pre-personale, pre-individuale, in maniera tale che questo possa essere ricevuto come tale. a mio parere, il venir meno del “filtro personale” (che rimanda un po’ al filtro statico di cui parla il mio amico Robert Pirsig) fa sì che il messaggio sia quindi più puro, e quindi possa essere ricevuto e processato senza passare attraverso “troppi” registri diversi. ma perché questo trasferimento sia possibile, continua la Grossman, è necessario che l’artista esplori il pur sensible, ossia le monde du sensible pur, du sensible senti par le pierres, les arbres, les paysage ou les moment de la journée (il mondo del sensibile puro, del sensibile sentito dalle pietre, dagli alberi, dal paesaggio o dai momenti della giornata); in altre parole, che questo comunicatore di significati sia leggero, quasi pre-umano.
per quanto riguarda il progetto Ogeima story, sarebbe molto interessante sapere come le battute del robot sul palco vengono scelte, per capire se c’è un qualche tipo di filtro (molto probabile) e come questo funziona; nella proiezione ideale di robot interattivo sul palco a cui ho accennato, questo non avrebbe alcun filtro (se non, forse, qualche tipo di filtro legato alla maniera in cui una battuta viene preferita ad un’altra), e in ogni caso non avrebbe il problema della personalità, dell’individualità “prima” della quale bisogna andare a costruire il messaggio artistico, sbaglio? l’individualità sarebbe la somma di quelle degli spettatori, masticata da un qualche algoritmo che sceglie la battuta da proporre, ma avrebbe senso chiamarla ancora così?

bibliografia

  • il sito del faber teater
  • qualche parola sul progetto dal sito della scuola di robotica di Genova
  • mi sono ricordato come si chiama quel programma tv di cui parlavo sopra e non so perché: “buona la prima!”
  • qui trovate il libro della Grossman, che potete comprare anche su amazon (non credo sia ancora stato tradotto, tuttavia, quindi spero riusciate a leggere in francese)
  • un’esperienza simile ma diversa di robot-attori è quella di “Spillikin – A Love Story” che viene raccontata qua, dove un robot costruito da un marito per prendersi cura della moglie una volta che lui sarebbe morto viene scambiato per il marito stesso dalla moglie affetta da demenza senile (l’immagine in cima l’ho presa dall’articolo citato). qui c’è anche uno spezzone dello spettacolo.
  • in ogni caso, dal 15 al 22 ottobre 2017, al festival dell’innovazione e della scienza di Settimo Torinese, verrà presentata la maniera in cui funziona la costruzione del testo. ci vediamo lì?
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