startup e accelerazionismo

non dovrebbe servire spendere parole per spiegare cosa sia una startup, ma lo farò lo stesso perché mi piacciono le definizioni. Wikipedia dice che una startup è “una nuova impresa nelle forme di un’organizzazione temporanea o una società di capitali in cerca di un business model ripetibile e scalabile”, abbastanza chiaro. più confusa (anzi, sbagliata) è la definizione della Treccani: “impresa appena costituita, o appena quotata in borsa”. insomma, una startup è generalmente una piccola azienda, nella quale la forza sta nell’idea innovativa, da usare come rampa di lancio per allargarsi e stabilizzarsi sul mercato.
un esempio di startup (almeno inizialmente) è Uber: mi iscrivo e posso dare passaggi alla gente che me li chiede (fantastico, se non fosse che fa incazzare tantissimo i taxisti qui da noi, ma anche in un sacco di altri posti).
altri esempi più recenti sono mind the gum, la startup che ha lanciato una nuova gomma da masticare che migliora concentrazione e memoria e riduce la stanchezza mentale, e play2rehab, che ha lanciato un sistema di riabilitazione neuro-motoria sotto forma di videogioco interattivo (“niurion”, sul sito c’è il video, che però non credo si possa chiamare playthrough).

in questa storia delle startup, trovo molto interessante la capacità di altre aziende di sfruttare queste piccole nuove idee, aiutandole però a proseguire verso il mostro finale del mercato, ossia gli acceleratori e gli incubatori: i primi aiutano le startup a “lanciarsi”, mentre i secondi danno loro spazi di lavoro. sono, in un certo senso, qualcosa che spinge l’idea verso l’azione, accelerando il processo di realizzazione.
per quanto riguarda gli incubatori, trovo molto affascinante l’immagine di queste costruzioni giganti in cui migliaia di cervelli con le loro idee respirano la stessa aria, come succede ad esempio a Berlino con Factory e Silicon Allee e le loro costruzioni piene di nuovo.
per quanto riguarda gli acceleratori (come Y Combinator e Techstars), trovo molto interessante invece la scelta del termine. pensavo infatti l’altro giorno (prima di sapere dell’esistenza degli acceleratori) come le startup siano ciò che più si avvicina a quella libertà nello sviluppo delle idee “fuori dai binari del mercato”, come sarebbe piaciuto a Williams e Srnicek, a sentirli nel loro manifesto (di cui ho parlato qui).
sebbene un'”accettazione” da parte del mercato sia necessaria per il proseguimento dell’impresa (più o meno il 90% delle startup fallisce), la velocità che ci si aspetta da queste imprese nel nascere e nel lanciare il loro prodotto fa sì che l’idea, in un modo o nell’altro, si diffonda, e venga utilizzata eventualmente da altri come rampa per svilupparne delle altre.
in altre parole il sistema accelera da solo, attraverso i singoli che trasformano in azione le loro idee (non per forza mirate ad accontentare qualcuno sul mercato), aiutate da strutture anch’esse create dai singoli (e, questa volta, generate da un bisogno presente sul mercato) sotto forma di acceleratori e incubatori, che velocizzano il viaggio tra idea e creazione (con anche l’appoggio delle piattaforme di crowdfunding, in certi casi). e anche se alcune (molte, a quanto pare, guardando le statistiche) sono fuori dai binari del mercato capitalista/neoliberista, le idee vengono comunque sviluppate, e, anche se per poco tempo, possono essere osservate e migliorate da altri individui, nel percorso evolutivo dell’uomo e della macchina che lo accompagna.

 

bibliografia

  • altre startup italiane oltre a mind the gum e play2rehab che “promettono bene” secondo business insider le trovate qui.
  • anche lo stato a volte spinge per l’accelerazione, come sta succedendo ora in Italia con una serie di agevolazioni per le startup, previste dalla legge di bilancio 2017 (vedi qui).
  • i siti autopsy.io e collapsed.co contengono l'”autopsia” di una serie di startup che hanno fallito, con il motivo per cui sono fallite.
  • l’immagine in testa è “linee andamentali + successioni dinamiche” di Balla
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